Viaggio in Zimbabwe
1-9 ottobre 2011 con

CESVI
Il diario di viaggio


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Sguardo dell’altro

2 ottobre 2011
Io Chiara e Marcello siamo atterrati verso le 4 del pomeriggio nella capitale dello Zimbabwe, Harare, che ha oltre 1.500.000 abitanti.
Abbiamo subito incontrato Andrea Ferrari Bravo, responsabile dei progetti Cesvi in Zimbabwe.

Mi ha spiegato il logo di Cesvi costituito da due frecce (una dall’alto verso il basso e l’altra dal basso verso l’alto) che si avvicinano ma non si incontrano e rappresentano il Nord e il Sud del mondo; ed è nello spazio tra le due frecce, tra il Nord e il Sud del mondo, che lavora Cesvi, perché il Nord e il Sud del pianeta possano cooperare per un futuro più sostenibile.

3 ottobre
Sveglia alle 7.00 del mattino.
Partenza per visitare la sede del Cesvi in Harare.
Una bella casa con tutti gli strumenti utili allo staff dell’organizzazione. Qui incontriamo  Andrea, Carlo, Fortunate.

BINDURA
Partiamo per il distretto di Bindura, zona rurale a circa un’ora e mezzo di auto da Harare, per visitare la “Bindura Clinic”:
ha un bacino di utenza di oltre 10.000 persone e un raggio  d’azione enorme.
Ci sono persone che percorrono a piedi 50 km, magari per un’iniezione o farsi semplicemente visitare.
Siamo accolti dal responsabile per le politiche di prevenzione del distretto di Bindura, Mustafa Adijeti.

Ci parla delle cose che mancano e che sono necessarie alla clinica:
una motocicletta:
per effettuare visite nelle zone rurali più lontane, distribuire farmaci ai pazienti che non possono muoversi, ma anche per trasportare casi più urgenti, perché possano essere curati in tempo.
L’autoclave:
macchina che disinfetta gli strumenti medici/chirurgici;
la cui mancanza mette a rischio di infezione le mamme che qui partoriscono.

E poi la CD4 machine:
un altro macchinario importante in grado, grazie ad un prelievo di sangue, di stabilire lo stadio della malattia e quindi la carica virale del paziente, in base alla quale è possibile calibrare la somministrazione dei farmaci antiretrovirali.
Per la mamma sieropositiva prossima a partorire, questo esame è necessario e fondamentale, perché il rischio del contagio esiste al momento del parto, quando il bimbo entra in contatto con il sangue.

In un paese come lo Zimbabwe, con un alto tasso di diffusione dell’Hiv, questa CD4 machine dovrebbe essere presente in tutte le cliniche, fornita dallo stato. Purtroppo non è così.
Mustafa ci informa di un’altra infezione che non conoscevo, la bilharzia:
una parassitosi che provoca un’infezione alle vie urinarie.
Se non curata in tempo può dare problemi importanti tra cui l’infertilità.
Cesvi ha realizzato una campagna di sensibilizzazione sulla bilharzia effettuando il test e curando i casi positivi in 44 scuole del distretto di Bindura, con ottimi risultati.
 
In questa piccola clinica manca praticamente tutto, ma ciò che serve più urgentemente è una motocicletta, un’autoclave e la CD4 machine.

National AIDS Council
Rientrati in Harare siamo andati al National AIDS Council, il Consiglio Nazionale dell’AIDS.
Ci ha accolti il direttore responsabile: Amon Mpofu.
Il governo zimbabwano, ci spiega Mpofu, fa attività educative e di sensibilizzazione nelle scuole sul tema HIV/AIDS, ma quello che a me è chiaro è che la lotta all’AIDS non rientra nelle priorità dei programmi governativi; non sembra esistere l’urgenza di questa pandemia per il governo di questo paese, né sembrano esserci dei fondi governativi per attuare programmi di lotta all’HIV.
Dal punto di vista culturale il preservativo è qui ancora considerato una specie di onta. Per loro il rapporto sessuale è gnava contro gnava come dicono, cioè carne contro carne impossibile pensare al preservativo.
Le organizzazioni come Cesvi sanno che una parte della battaglia contro l’HIV è culturale e va combattuta con le armi dell’educazione e dell’informazione con il personale locale che spieghi che cosa è l’AIDS e come può essere combattuto.

Casa del Sorriso
Dopo il National AIDS Council, visitiamo la Casa del Sorriso di Harare, creata dal Cesvi  nel 2005.
È una struttura dedicata ai ragazzi di strada di Harare, spesso orfani a causa dell’HIV, vittime di violenza e a rischio di delinquenza.
Oltre a servizi igienici, cure mediche e cibo, questo spazio offre ai ragazzi corsi di formazione e la possibilità di esprimere se stessi attraverso canto, danza, recitazione e pittura, doti spesso innate per molti di loro.
È quindi un’accoglienza diurna, una cuccia dove possono rifugiarsi.
Ci hanno mostrato entusiasti alcune scene teatrali dove si parla di preservativo, di stigma, di pregiudizio, di ignoranza nei confronti della malattia.
Con queste scene hanno intenzione di sensibilizzare i ragazzi delle scuole superiori di Harare sul tema dell’HIV.

Con Fortunate, zimbabwana esperta in salute pubblica che collabora con Cesvi per la messa in opera dei progetti sanitari in Zimbabwe, abbiamo intervistato alcuni di loro.
Mercy,
19 anni e sieropositiva. È in cura con gli antiretrovirali da quando ne aveva 17.
Mercy ci racconta come viva con difficoltà la sua malattia e come soffra per essere discriminata e ghettizzata soprattutto dai suoi coetanei a scuola. Nella Casa del Sorriso si sente accettata.

Pride,
diciottenne, giovanissimo anche lui.
Emarginato, vive di stenti sotto un ponte.
Ruba, oltre che per mangiare, anche per poter andare a scuola e comprarsi i libri.
La Casa del Sorriso lo ha accolto, ma lui, io me ne sono accorto, è ancora un po’ diffidente: ti guarda, ti scruta ma si vede che ha voglia di fare. È  stato inserito nel gruppo di recitazione e proprio oggi ha recitato per noi ed è bravo…. Questa è la prima iniezione di fiducia per il proprio futuro.

L’ intervista con Connie ci colpisce.
Ha 29 anni.
Di giorno fa la parrucchiera e si prende cura dei fratelli più piccoli.
Di notte, si prostituisce in uno dei quartieri più malfamati di Harare.
Sono 5 anni che non riesce a fare il test dell’Hiv.
Non ne ha il coraggio.
Oggi l’ho vista sorridente, felice.
Mentre recitava sembrava essere tornata ad un’infanzia che forse le è mancata.
Connie ci racconta che con i ragazzi della Casa e con lo staff del Cesvi, può parlare della sua doppia vita, senza paura di essere giudicata.

4 ottobre:
Colazione all'inglese e poi di nuovo si parte.

Maschambazou
Siamo andati a Maschambazou, che in lingua shona significa “dove gli elefanti si abbeverano”.
“Mashambazou” sorto nel 1989, è un centro con cui Cesvi collabora dal 2004 e contribuisce a pagare le tasse scolastiche ai piccoli orfani a causa dell’AIDS, sostenendone anche l’istruzione.
Mashabamzou si prende cura dei malati di Hiv-Aids, anche terminali, soprattutto quando sono molto poveri, dando loro un luogo dignitoso dove morire.
La direttrice Sister Ivi e le sue collaboratrici ci raccontano delle attività che portano avanti e dei casi che hanno sostenuto e di cui sono molto fiere;
in particolare di Patient:
una ragazza di 19 anni orfana di padree con una madre sieropositiva e molto povera l’ha fatta crescere vendendo verdure al mercato di Harare.
Patient è riuscita a studiare e a frequentare un corso di informatica alla Casa del Sorriso, ora lavora al centro Mashambazou come segretaria, organizzatrice, risponde al telefono occupandosi dell’accoglienza.
Patient, con il suo sguardo e il suo sorriso ringrazia continuamente il Centro ed il Cesvi che l'hanno aiutata a diplomarsi.
Purtroppo molte famiglie non riescono a pagare le retta per i propri bambini che a sei anni cominciano già a lavorare.
Poi ci siamo poi addentrati nella clinica vera e propria…
Abbiamo visto casi estremi.

Sono entrato nella camera di Otilia e Lania: stavano dormendo.
Pensavo fossero due bambine.
Invece erano due donne: di 32 e 34 anni.

In un’altra stanza ho incontrato Silvia, un’altra malata terminale:
mi ricordo uno sguardo e un sorriso speciali.

Poi ho parlato con Grace, malata di Hiv non terminale, meno grave dei casi precedenti;
Grace ha 4 figli salvati dall'Hiv con la somministrazione dei farmaci;
La vengono a trovare tutti i giorni e la sostengono.

Asilo di Mbare
Scortati sempre da Sister Ivi, siamo andati dopo nel quartiere di Mbare, tra i più pericolosi di Harare e forse anche di tutto il Sudafrica, dove ha sede un piccolo asilo nido che fa parte del centro Mashambazou.
In questo quartiere c’era di tutto, sembrava una Babele in una terra dimenticata da Dio.
Non abbiamo potuto filmarlo perchè ci avrebbero sequestrato la macchina da presa in pochi istanti.
Poi si sono aperti due cancelli subito richiusi dietro le nostre jeep e siamo entrati in questo asilo nido:
un’oasi di pace dentro un quartiere martoriato.
È un asilo tenuto bene, pulito; nelle aule hanno messo anche un pezzo di terra nell'angolo così che ogni bambino possa piantare un seme e vedere la propria piantina crescere dandole da bere e anche un nome.
Mi diceva l’insegnante che così imparano cosa significa prendersi cura di qualcuno o qualcosa.
Guardarli era un incanto.

Intervista alla dott.ssa Portia Manangazira
Tornati ad Harare abbiamo intervistato la dott.ssa Portia Manangazira, direttore del centro epidemiologico del Ministero della Salute dello Zimbabwe.
La dott.ssa Portia sosteneva quanto il Ministero si stia dando da fare nella lotta all’HIV e che la percentuale di persone affette da Hiv in Zimbabwe si sta costantemente abbassando… ma quanto questo corrisponda a verità non si sa.
Ha raccontato inoltre che il Ministero della Salute collabora con alcune ong, tra cui il Cesvi, con l’obiettivo di diffondere nel paese i protocolli di cura con farmaci antiretrovirali e di prevenzione, per evitare il contagio del virus HIV da mamma a bambino.
Il Ministero collabora con ong perché questi protocolli siano utilizzati anche nelle zone rurali del Paese dove l’incidenza dell’AIDS è ancora molto alta.
 
Pausa pranzo - Intervista ai camerieri Numa e Tyson
Durante la pausa pranzo Fortunate ha chiesto ai camerieri Numa e Tyson di circa 20 anni, cosa ne pensavano dell’Hiv.
Le parole di Numa e Tyson hanno sottolineato quello che la dott.ssa Portia del Ministero ci diceva mezz'ora prima:
tra l'informazione televisiva, e quello che si dicono tra di loro, a scuola c'è un divario enorme.
I dati forniti dal Ministero della salute in Zimbabwe parlano del 15% come tasso di diffusione della malattia nel Paese.
Loro invece sanno che in realtà quel tasso minimo è al 30%, con punte del 33/35%. 
In queste parole avverti una certa rassegnazione che fa parte della loro cultura.

Mont Pleasure
Dopo pranzo siamo andati alla scuola superiore di Harare “Mont Pleasure”: ci acccoglie Chennay, l’insegnante responsabile della materia Hiv-Aids.
Gli studenti ci hanno dedicato canti, spettacoli, balli, rap dance sul tema HIV, pensati per poter sensibilizzare i coetanei sull’importanza della prevenzione nella lotta contro questa malattia.
Sono in gemellaggio con i ragazzi della Casa del Sorriso e con alcune scuole superiori romane e altre scuole in Vietnam.
Cesvi ha dato vita a questo gemellaggio tra Italia, Zimbabwe e Vietnam, con l’obiettivo di scambiare informazioni e impressioni tra giovani di paesi, culture e origini diverse sul tema AIDS.

Uno di questi ragazzi mi ha detto che il suo idolo è Michael Jackson e vorrebbe danzare e cantare come lui.

È sempre molto ancestrale il canto di un gruppo di africani o di un africano.
Ti accoglie e t’avvolge.
È un tentare di farti partecipe del loro modo di sentire.

5 ottobre
Terzo giorno.
Intervista ad Andrea Ferrari Bravo, responsabile progetti Cesvi in Zimbabwe.
Cesvi, mi dice Andrea, ha utilizzato con successo il protocollo di prevenzione per impedire la trasmissione del virus HIV/AIDS da madre a figlio, dando così vita alla campagna “Fermiamo l’AIDS sul nascere”, avviata nell’ospedale Saint Albert.
E fra i nuovi progetti c’è quello sulla coltivazione delle arance nella zona di Shashe, a nord dello Zimbabwe.
Questa zona è stata scelta perché adatta all’ aranceto.
Una volta mature, le arance potranno essere esportate, diventando così fonte di reddito per la popolazione locale.
 
Orto Botanico – Harare Garden
Ad Harare Garden i ragazzi di strada, fra cui alcuni della Casa del Sorriso, guidati da Amnesty International, hanno voluto ricostruire la loro giornata tipo nelle township, una sorta di favelas:

L’obiettivo della ricostruzione era dare la possibilità a chiunque di vedere una township, anche perché nella realtà è molto pericoloso entrarci, potresti non uscirne vivo, stanno a due passi dal centro.
Grattacieli e mercedes con accanto queste capanne di lamiera e cartone.

Ospedale Saint Albert
Direzione nord verso l’ospedale di Saint Albert, a circa 225 km da Harare.
L’ospedale, che collabora con Cesvi dal 2001, sorge nel distretto di Centynary, zona rurale dello Zimbabwe.
Siamo accolti da Sister Giulia, Sister Melania e da Jackie.
Jackie, sui 40 anni, sieropositivo, ci racconta che sua moglie e suo figlio, anch’essi sieropositivi,  sono stati trattati con farmaci antiretrovirali, stanno bene e continuano ad essere sottoposti a controlli.
Questo dimostra che oggi un sieropositivo se curato adeguatamente e sottoposto a controlli frequenti, può fare una vita normale.
Jackie vuole esternare la propria sieropositività per combattere l’ignoranza che circonda questa malattia.

Visitiamo poi i vari reparti:
Un laboratorio, di cui sono orgogliosi, che contiene nuovi apparecchi tecnologici, forniti da Cesvi.
La stanza del prelievo dove diversi pazienti aspettavano seduti sulle panche.
La stanza dove vengono visitati i pazienti ai quali è già stato diagnosticato l’HIV, per capire l’andamento della malattia.
E in una stanza, come vedete tengo in braccio Loveness.
Un bimbo di pochi mesi già sieropositivo.

Sister Melania, mi ha spiegato che dopo la nascita, i bimbi sani vengono alimentati con il atte artificiale proprio per evitare il contagio tramite l’allattamento naturale.
Purtroppo però la società che donava mensilmente il latte in polvere all’Ospedale Saint Albert è fallita.
Sono rimaste solo 23 scatole da 1 kg, per i 50 bambini di tutto l’ospedale, sufficienti si e no per arrivare a fine mese.
È importante e urgente comprare del latte in polvere per salvare questi bambini.

Nel reparto maternità ci ha accolto la dottoressa Nila.
Una donnina che ha regalato un sorriso a tutti quanti.
Ci ha mostrato una sala con diverse incubatrici dove alcune  mamme allattavano i propri bambini.
La sala è riscaldata da stufette con intorno bottiglie d’acqua per creare l’umidità giusta.
È incredibile e fantastico allo stesso tempo.
Le mamme ci salutano e raggiungiamo l’ala esterna della struttura che 
ospita “il maternity shelter” realizzato da Cesvi.
Struttura dormitorio dove le mamme possono ricevere nell’ultimo periodo della gravidanza ogni tipo di assistenza. Se sieropositive, sottoporsi durante il parto al trattamento antiretrovirale, per proteggere il neonato dal contagio.
Il dormitorio è ancora in costruzione e quando sarà terminato conterrà fino a 160 posti letto.
Le donne ci hanno accolto con un canto meraviglioso, erano stupende, una solarità, i colori dei vestiti, la danza, la gioia…
Mi ha detto Melania che il 30-40% di queste donne sono affette da Hiv, però sono comunque felici di donar la vita, avere un figlio, e aspettano quindi gioiose il loro parto.

6 ottobre
Partiamo per la zona rurale, verso la Valley, fra i territori più poveri dello Zimbabwe.
Arriviamo ad Utete, dove visitiamo la Primary School, una delle poche scuole elementari dell’area.
Siamo accolti da tanti bambini, con le loro divise amaranto.
Colori in movimento tra vento e sabbia.
Ho parlato con il preside e con un insegnante che mi hanno mostrato la scuola, con grande orgoglio e dignità. Purtroppo gli edifici sono diroccati e i bambini sono costretti a seguire le lezioni all’aperto.
Chiara che mi conferma che Cesvi intende sostenere l’istruzione di questi bambini e di supportare le scuole per il ripristino degli edifici.

Care Givers
Poco distante arriviamo dai care givers, un corso di ‘training’ istituito da CESVI, per la formazione di assistenti volontari, responsabili di controllare e monitorare la condizione dei malati di AIDS nei propri villaggi.
Il training che vediamo dura tre giorni.
Sister Melania, che si occupa di questo progetto, ci spiega che con gli anni, i care givers sono diventati moltissimi e hanno assunto un ruolo sempre più centrale all’interno dei villaggi.

Ne intervistiamo alcuni di loro:
Shorashanda, sieropositiva, mi spiega quali opportunità le ha dato questo corso e quante cose ha saputo sulla malattia che prima ignorava.
Salipa, anche lui sieropositivo, con grande energia vuole dare quante più informazioni sull’HIV agli abitanti del proprio villaggio perché si sappia che oggi con l’AIDS si può convivere.
E poi Itaie Wargis, con la funzione di capogruppo, punto di riferimento per i nuovi caregivers.

Farai
Inoltrandoci nella valle, Sister Melania ci porta in un villaggio poverissimo, dove incontriamo Farai.

Molti sono i nonni che si occupano dei bambini, perché i loro genitori sono stati decimati dall’HIV.

Kairedzi – Stop Aids keep the promise
Sempre avvolti dal forte vento di quel giorno,  siamo arrivati a Kairedzi, dove il Cesvi ha organizzato un evento di sensibilizzazione sull’AIDS, con oltre 1600 persone arrivate dai villaggi più lontani.
In  4 tende si poteva fare il test dell’HIV gratuitamente;
Nella scenografia data dalla sola natura, un’insegnante di recitazione con 5 giovani ci hanno mostrato alcune scene sul tema dell’HIV, su come prevenirne la diffusione e sull’importanza di usare il preservativo.
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Subito dopo ci hanno offerto il pranzo in segno di amicizia e fatto dono
di una pannocchia bollita a testa. Offerta preziosa e importante, come ci spiegava Carlo.

A caldo mi sento di dire che c’è troppo da fare, che manca tutto.
C’è un enorme tunnel buio, ma in fondo, se si guarda  con attenzione, c’è un barlume.
Ed è proprio quel barlume  che può restituire speranza e vita a questi popoli.