Sociale

Haiti

(30 novembre / 6 dicembre 2016)

 

1 dicembre

Partiamo da Port-au-Prince alle 8 del mattino alla volta di Les Cayes, nel sud ovest del Paese. Sappiamo che ci vorranno almeno 4-5 ore, strade permettendo, per arrivare fino a là. Poco fuori dalla città ci imbattiamo in una scena che attira la nostra attenzione e decidiamo di fermarci. È il primo impatto con la realtà haitiana. Sotto il livello della strada, un gruppo di ragazzi sta spaccando pietre, in mezzo alla spazzatura. Ci sono anche molti bambini. Il più piccolo avrà un anno ed è rannicchiato, nudo, tra le braccia della sorella.

Mi dicono che dalle pietre ricaveranno ghiaia da vendere. “Quanto può valere un lavoro così duro?”, mi chiedo. La risposta arriva come un pugno nello stomaco: 1.000 gourde per un camion di ghiaia, l’equivalente di 15 dollari. Ci vogliono tre giorni per riempire un camion.

 

Proseguiamo il viaggio fino a raggiungere Aquin, dove ci aspettano le donne della cooperativa creata da Cesvi. 80 donne piene di vita e di energia, che non vedono l’ora di raccontarci il successo della loro attività artigianale. Producono burro di arachidi, pistacchi zuccherati, marmellata di frutto della passione, pompelmo, mango, papaya e altri frutti, e un liquore dolcissimo a base di zenzero e latte condensato. Sono orgogliose di mostrare i loro prodotti e gli spazi della cooperativa: 4 stanze, tra cui anche una camera di sterilizzazione.

Ci spiegano che in tutta l’area non c’è elettricità e la gente usa il carbone per cucinare: una vera piaga ad Haiti, perché il consumo di carbone comporta un disboscamento selvaggio. Della foresta verde e rigogliosa di un tempo, non restano che alberi scheletrici e spogli.

Queste donne però sono felici, perché grazie a Cesvi possono avere il gas per cucinare. All’inizio l’organizzazione pagava anche l’affitto della struttura, poi l’attività ha preso piede e le donne hanno cominciato a vendere i prodotti sul mercato locale. Oggi, con i loro guadagni, sono in grado di pagare la casa senza aiuti esterni: un progetto concreto e sostenibile, che rende le persone autonome e capaci di andare avanti a testa alta, con la forza del proprio lavoro.

 

La stessa fiducia nel futuro traspare dalle parole della comunità che incontriamo poco dopo nel comune di Sainte-Hélène. Ci accoglie il sorriso degli agronomi, tutti locali, impegnati nel progetto di Cesvi per mitigare gli effetti del cambiamento climatico, che è sostenuto da ECHO, l’ufficio umanitario della Commissione Europea.

Costruzione di muretti a secco, in questo consiste l’attività. Può sembrare banale, ma non lo è affatto: questi 20 muretti hanno salvato le sorti di 1.620 famiglie della zona.

Osservo i muretti e noto che sono costruiti in modo perfetto, meticolosamente, pietra su pietra. “Hanno resistito alla violenza dell’uragano Matthew”, mi spiegano orgogliosi.

Un tempo, le piogge forti provocavano frane spazzando via i raccolti e distruggendo le strade. I muretti a secco sono in grado di canalizzare le acque e contenere gli smottamenti, evitando le frane e il conseguente sradicamento delle piante. E così, nonostante l’uragano, qui la strada è rimasta intatta e le coltivazioni di banane sono salve.

Si chiama “prevenzione dai disastri naturali”.

Tutti qui sono grati a Cesvi per la continuità del suo lavoro, al di là delle emergenze. Un lavoro iniziato nel 2013 con l’allevamento di capre e proseguito con le attività agricole (coltivazione di banane, papaya, mango, avocado e altri alberi da frutta) e la creazione di orti contro la siccità. Sì, perché ad Haiti siccità e alluvioni sono due facce della stessa medaglia.

 

Mi spiegano che ogni agronomo è supportato da 4 persone. Si tratta di 4 volontari, scelti tra le figure più importanti del villaggio - come il medico, il pastore o il prete - che compongono un comité de pilotage per vigilare sul buon andamento dei progetti.

È una logica comunitaria sorprendente.

Quando si realizzano attività di cash assistance (sostegno economico) e cash for work (denaro in cambio di lavoro), in particolare, bisogna prestare molta attenzione agli equilibri all’interno della comunità. Il ruolo dello staff locale è fondamentale per conoscere le reali condizioni delle famiglie. Ai soggetti più vulnerabili, ad esempio malati o disabili che non sono in grado di lavorare, viene offerto aiuto economico incondizionato, mentre agli altri - siano essi con o senza terra - viene proposta la formula del cash for work. Sarà proprio attraverso il loro coinvolgimento in lavori socialmente utili, quindi, che potranno guadagnare denaro.

 

Una delle attività comunitarie in cui vengono impiegati è la costruzione di canali per la raccolta dell’acqua piovana, che vengono riempiti e poi svuotati per bagnare la terra. In queste zone è impossibile realizzare un sistema d’irrigazione e ci si affida alle piogge: la semina si effettua subito dopo la stagione delle piogge e si prediligono piante dalle radici forti. Si coltivano anche manioca, fagioli, piselli, mais. Cesvi cerca di insegnare tecniche utili per conservare il suolo e al tempo stesso per coltivare in modo più efficiente.

Parliamo con la gente della località di François, in cui ci troviamo, e ci rendiamo conto di quanto questo progetto abbia restituito loro la dignità. “Con i soldi ottenuti ho pagato la scuola ai miei figli e ho comprato cibo per la famiglia”, ci racconta una donna. Le fa eco una seconda e poi una terza. Per le donne, la possibilità di vendere i prodotti sul mercato è anche un modo per riaffermare il loro ruolo all’interno della famiglia.

Un uomo ci dice che con i soldi guadagnati ha potuto ricominciare a vivere dopo la tragedia dell’uragano Matthew, che ha scoperchiato la sua casa. “Ho comprato la lamiera per rifare il tetto”, sottolinea.

E quanta dignità negli occhi di un altro uomo quando ci spiega che ha pregato tanto e sa che Cesvi è stato mandato da Dio. Quanta dignità nel dire che il risultato più importante è stato vedere i suoi bambini ritornare a scuola.

Gli haitiani sono un popolo sfortunato, ma non smettono di credere nel fato e di affidarsi ad esso, appesi a un senso di profonda spiritualità che permea ogni aspetto della loro vita.

 

Il vivaio di Maingrette è un’altra realtà creata da Cesvi per dare lavoro alla popolazione locale attraverso la coltivazione di acacia, papaya e moringa, una pianta da cui si ricavano olii essenziali usati anche per la produzione di cosmetici.

Purtroppo l’uragano ha spazzato via tutto e i semi sono marciti. Ci vorrà tempo per riavviare l’attività, ma tutti sono fiduciosi e pronti a rimboccarsi le maniche. “Abbiamo lavorato tanto”, ci dicono in coro, “e vogliamo riprendere il lavoro il prima possibile”.

 

2 dicembre

Ci dirigiamo in direzione di Flamands, uno dei comuni di Aquin, nel Dipartimento Sud, dove Cesvi ha costruito pozzi d’acqua potabile con il finanziamento di ECHO.

 

Lungo la strada, all’altezza di Cavaillon, ci imbattiamo in un campo di sfollati sorto su un terreno vicino a un pozzo.

Scopriamo che in questa tendopoli improvvisata vivono 230 famiglie, ciascuna composta in media da 5 o 6 figli, che in precedenza abitavano a ridosso di un fiume. Pochi giorni prima dell’uragano, il fiume è esondato travolgendo le loro case.

Un privato ha messo a disposizione il terreno su cui queste 1.200 persone, tra cui moltissimi bambini piccoli, si sono accampate: il pozzo rappresenta per loro l’unica fonte di vita a cui aggrapparsi con tutte le forze.

Le condizioni di vita nel campo sono estreme. Non c’è cibo, non ci sono latrine, non c’è elettricità. I bambini non vanno a scuola e trascorrono le giornate vagando, scalzi, in mezzo alla sporcizia.

Eppure la voglia di sorridere e di aprirsi a noi non manca. Unita a un senso di dignità che ci tocca il cuore.

 

Riprendiamo la strada e incontriamo frotte di bambini sorridenti e chiassosi. Sono eleganti nelle loro divise scolastiche, con lo zainetto sulle spalle e i fiocchi colorati tra i capelli.

Per rientrare a casa da scuola, devono attraversare guadi d’acqua che riempiono le strade. Saltellano con precisione millimetrica da un sasso all’altro per non perdere l’equilibrio, si vede che sono abituati a farlo. Poi finiscono per salire sul nostro pick-up e ci inondano di allegria.

 

Arriviamo finalmente a destinazione. I pozzi costruiti da Cesvi nell’area di Aquin sono 10 e forniscono l’accesso all’acqua pulita a 2.600 persone. Le trivellazioni scendono fino a 45 metri di profondità per raggiungere le falde incontaminate e l’acqua fuoriesce attraverso una pompa a mano che ha la capacità massima di 800 litri all’ora. Normalmente i pozzi sono circondati da una staccionata che serve per tenere lontani gli animali evitando che si abbeverino alla stessa fonte e soprattutto che contaminino l’acqua con le loro feci.

Oltre a formare i tecnici locali per garantire la manutenzione, Cesvi ha creato anche dei “comitati di gestione dei pozzi”, composti da 7 persone tra uomini e donne, per fare in modo che i doveri legati all’uso responsabile dell’acqua vengano osservati e rispettati da tutti per il bene comune.

Mi sono cimentato nell’uso della pompa a mano fino a riempire un secchio da 18 litri. Un’operazione che di norma è svolta da donne e bambini con immane fatica.

Dovremmo riflettere di più sul valore dell’acqua e del risparmio idrico: un secchio da 18 litri, ad Haiti, ha il peso della fatica di un bambino mentre da noi, in Italia, una persona consuma in media 120 litri di acqua al giorno senza nemmeno rendersi conto di quanto è fortunata.

 

Enrique Boutisse vive a pochi metri dal pozzo. È molto felice perché non deve più percorrere 4 chilometri a piedi, come faceva una volta, per raggiungere la fonte d’acqua più vicina.

Ci accoglie sorridente nella casa in cui vive insieme alla moglie, alla figlia di 22 anni e alla nipote di 9 mesi. Una casa curata, composta da 3 camere, con il tetto in lamiera e il pavimento di cemento. Enrique faceva il carpentiere e sa di essere fortunato, perché il suo lavoro gli ha permesso di condurre una vita dignitosa.

S’inganna solo su una cosa: l’età. Non avendo documenti, non conosce la sua età anagrafica e così ci dice, con aria seria, di avere compiuto 80 anni. Scopriremo che ne ha circa 65.

 

3 dicembre

La mattina del 3 dicembre partiamo in elicottero da Les Cayes per raggiungere Jérémie. C’è foschia e dall’alto non percepisco la gravità di quello che vedrò una volta atterrato.

 

Jérémie è il capoluogo della regione della Grand’Anse, la più colpita dell’uragano Matthew che,

nella notte tra il 3 e il 4 ottobre 2016, ha devastato Haiti provocando 900 vittime e travolgendo la vita di oltre 300.000 persone.

Solo l’1% delle case è rimasto in piedi, le poche costruite in mattoni e cemento. Per le altre non c’è stato scampo.

Davanti ai miei occhi si apre uno scenario apocalittico, una babele di alberi abbattuti, tetti scoperchiati, macerie di case crollate, fumi, spazzatura, animali. Questi luoghi mi trasmettono un senso di anarchia, qualcosa di strano, di distorto… forse non è un caso che proprio qui il voodoo sia più diffuso che in altre aree del Paese, quasi fosse una presenza mefistofelica che alleggia sulle nostre teste.

 

Arriviamo a Pestel, un’area molto violenta, dove la popolazione è stanca ed esasperata. Proprio qui, oggi, Cesvi distribuirà cibo a 1.500 famiglie in collaborazione con il World Food Programme. Ogni kit alimentare contiene riso, fagioli e olio.

C’è una fila interminabile di persone, in attesa da ore, sotto il cielo carico di nuvole.

Le famiglie sono state censite nei giorni precedenti al nostro arrivo: coloro che hanno diritto al kit hanno ricevuto un bigliettino che devono portare con sé per accedere alla distribuzione.

Tutto è ben organizzato e pianificato, non si può improvvisare. Le forze addette al controllo e alla sicurezza sono al loro posto. Basterebbe un errore per scatenare tensione e violenza.

 

Tutto si svolge invece in un clima tranquillo. C’è qualche furbo, ma l’atteggiamento generale è rispettoso. Il logo di Cesvi è subito riconosciuto dalla gente, tanto che si aprono due ali tra la folla per consentire il nostro passaggio. I bambini si portano le mani alla bocca minando l’atto del mangiare: sanno che la presenza di operatori con il simbolo arancione sulle magliette significa che il cibo sta per arrivare.

 

Trascorro un’ora molto densa di emozioni. Quella a cui assisto è una vera e propria lotta per la sopravvivenza. Non siamo più abituati alla disperazione dettata dalla fame: forse un tempo era così, forse i nostri nonni sgomitavano e gridavano nello stesso modo per poter mangiare…

È una forma di attaccamento feroce alla vita. In queste zone l’uragano ha spazzato via i raccolti e distrutto le sementi. La vita delle persone dipende interamente dagli aiuti alimentari delle organizzazioni.

Per questo urlano così.

È cibo che serve per vivere.

 

4 dicembre

Tornati a Les Cayes, decidiamo di assistere alla messa in una chiesa protestante evangelica.

La chiesa - ricavata all’interno di una casa - è così vicina al nostro hotel che nei giorni scorsi siamo stati svegliati, puntualmente, dalle celebrazioni che si tengono tra le 4:30 e le 6:00 del mattino. Ma oggi è domenica e la funzione inizierà alle 8:00.

La messa è vissuta come un momento di festa e di divertimento che si contrappone alle fatiche quotidiane e alla dura vita nei campi.

Il rito è molto coinvolgente e siamo travolti dall’energia dei partecipanti che cantano, pregano, ballano e si muovono a suon di musica.

 

Per l’occasione, tutti sono elegantissimi.

Perché la messa è anche una cosa seria e occorrono ore di preparazione per presentarsi a Dio nel migliore dei modi. L’eleganza degli haitiani è carica di bellezza e dignità.

Le bambine sembrano piccole principesse nei loro abiti bianchi, immacolati, con le treccine dei capelli legate da fiocchi colorati, le calzine di pizzo e le scarpe verniciate.

 

Nel rito della comunione i fedeli ricevono un biscotto e un bicchierino di vino rosso.

Prima, però, devono mostrare una sorta di carta di identità. Si tratta della “carta dei membri” e serve per attestare che la persona è battezzata e può ricevere l’eucarestia. Esiste anche il comitato dei membri, che si riunisce dopo la messa per valutare la buona condotta dei fedeli attraverso un sistema comunitario che può prevedere, per chi si è comportato male, un periodo di allontanamento dalle celebrazioni. In questo periodo la persona è chiamata a riflettere sui suoi errori per riavvicinarsi a Dio e alla vita della comunità con una fede rinnovata e più consapevole.

 

È strano come una religiosità così forte si mescoli alle credenze, positive e negative, legate al mondo del voodoo. Ad Haiti, ad esempio, l’amore per Dio sembra andare di pari passo con la paura degli zombie. Si dice che in alcuni riti voodoo venga compiuto un maleficio che consiste nel somministrare, alla persona che si vuole zombizzare, un veleno in grado di spegnerle il cervello. La persona sembra morta e viene seppellita. Ma dopo qualche giorno si risveglia ed è a quel punto che l’artefice del maleficio la dissotterra e la rende schiava, approfittando delle sue facoltà mentali ormai compromesse.

Non sappiamo se questa sia leggenda o verità. Quel che è certo è che, per gli haitiani, le persone con ritardi mentali o vittime di ictus sono considerate a tutti gli effetti degli zombie.

 

La domenica pomeriggio siamo di nuovo a Port-au-Prince, dopo aver percorso 200 chilometri in 6 ore.

Entela, la capomissione di Cesvi, ci porta a vedere dall’alto la bidonville di Jalousie, un’area molto povera e violenta che si arrampica sulle colline intorno alla città.

Dall’esterno la favela sembra un’opera d’arte, un quadro ad acquerello: il governo ha speso un milione di dollari per dipingere le case con colori pastello e non mostrarne la bruttezza ai turisti. Ma il lavoro non è stato completato e il secondo blocco di case appare grigio e desolante, svelando ai nostri occhi tutto il degrado del quartiere.

Una scelta, quella del governo, che ha alimentato le tensioni sociali poiché gli abitanti della parte grigia di Jalousie si sentono inferiori e meno considerati degli altri.

 

5 dicembre

La Casa del Sorriso di Cesvi si trova a Cité Soleil, nel quartiere-discarica di Wharf Jérémie, ed è frequentata ogni giorno da 300 bambini. Oltre a un parco giochi e spazi per attività ludiche e ricreative, include una scuola formale che arriva fino alla settima classe.

Oggi è un giorno speciale, la festa nazionale che celebra la scoperta di Haiti, avvenuta il 5 dicembre 1492.

Al nostro arrivo, i bambini sono eccitati e felici. È il momento della ricreazione e si scatenano, tutti in cerchio, in giochi guidati dagli animatori e dagli insegnanti locali.

Questa Casa è un’oasi di serenità. Costruita dopo il terremoto del 2010, dona ai bambini del quartiere accoglienza, respiro, sorrisi, scuola, attività creative. Dona loro la dignità.

 

Ci immergiamo nelle divise gialle dei bambini e nei loro racconti.

François, 12 anni, è arrivata a Cité Soleil dopo l’uragano Matthew. Proviene da Jérémie, capoluogo della Grand’Anse, la regione più colpita. Nella tragedia ha perso la mamma e il papà. Si è trasferita qui con il fratello, l’unico scampato al disastro, per vivere con la nonna nello slum di Wharf Jérémie. Da poche settimane ha iniziato la scuola all’interno della Casa del Sorriso.

 

Christella, 11 anni, è cresciuta con il progetto di Cesvi che frequenta fin dall’inizio, da quando aveva solo 5 anni. Vive nel quartiere con i genitori e confessa di non essere molto brava a scuola. Ha la media del 4, dice furbetta, ma le piace passare il tempo con le amiche.

 

Matulele, 10 anni, è invece bravo a scuola e ama la grammatica.

 

Mackenson, 15 anni, sogna di frequentare l’università e diventare un insegnante. Le sue materie preferite sono le scienze sociali e sperimentali. Spera che Cesvi possa continuare ad aiutarlo negli studi. Una speranza concreta, dal momento che Cesvi si sta già muovendo per attivare borse di studio a favore dei bambini e ragazzi più meritevoli.

 

Infine arriva Lovely, 15 anni. Ama la scuola di Cesvi, ha molti amici e vorrebbe che ci fosse una classe in più per poter completare qui il percorso di studi.

Sogna la mensa e un pasto caldo al giorno. Suo padre è in prigione. La madre si prende cura di lei e dei suoi 4 fratelli ma non riesce a fare tutto. Hanno bisogno di aiuto.

 

Sono proprio questi bambini a condurci nel cuore di Wharf Jérémie. Vogliono accompagnarci dalle loro famiglie. E così conosco la dolcissima nonna di François, la mamma di Lovely e i genitori degli altri piccoli intervistati. Mi accolgono nelle loro case minuscole, fatte di stracci e lamiera. Rare volte nei miei viaggi ho visto un luogo così infernale, una sorta di girone dantesco attraversato dallo Stige: un fiume carico di immondizia ristagna in mezzo alle abitazioni e alla gente. Acqua stagnante e colera a fior di pelle.

Tutto questo all’interno di un’apparente normalità, tra mamme che cucinano e figli che giocano scavalcando i canali d’acqua lurida e dividendo lo spazio con i maiali.

Alle spalle della bidonville c’è un’enorme discarica a cielo aperto dove molti bambini vagano in cerca di pezzi di vetro o di plastica da rivendere.

Un tanfo terribile riempie l’aria.

 

Di solito vedo il sorriso sul volto della gente, anche nelle situazioni più difficili.

Quello che non dimenticherò mai di Wharf Jérémie è l’assenza di sorrisi. Volti seri e tristi che hanno smesso di sperare e avere fiducia nel futuro. Labbra serrate e occhi spenti: due lame roventi nello sguardo, anche al momento dei ringraziamenti e dei saluti.

Entrare nella realtà di Wharf Jérémie è stato un pugno nello stomaco, una delle “botte” più forti che ho subìto nei miei viaggi umanitari. Il sottofondo di allegria delle favelas sudamericane qui non c’è. La saracinesca della speranza e del sorriso resta chiusa, inesorabilmente. Soltanto i bambini riescono a sorridere. Sorridono nonostante siano immersi in un mondo fatto di violenza, prostituzione, droga, alcol, sporcizia. Nonostante non abbiano cibo per mangiare a sufficienza.

 

Miriam, una delle insegnanti, segue 22 bambini dell’asilo, i più piccolini. “Diverse classi sono gestite nello stesso spazio”, mi spiega con un sorriso aperto e solare.

Miriam fa parte di un gruppo di teatro amatoriale e sfrutta queste abilità artistiche per coinvolgere i bambini. Non è facile perché si tratta di minori vulnerabili, spesso orfani o con gravi problemi familiari. “Richiedono molta cura e attenzione”, sottolinea. “Le famiglie stesse hanno bisogno di assistenza economica, sanitaria, alimentare”.

Ma Miriam è fiduciosa e crede nel suo lavoro.

Sa che i bambini sono il futuro di Haiti.