Sociale

Viaggio in Indonesia

(9-14 Novembre 2008)

©Alessio Boni 2016

Primo giorno (9 novembre 2008)

Arriviamo a Giacarta dopo un viaggio interminabile: Roma-Dubai, scalo di cinque ore e poi Dubai-Giacarta.

Ti fai sempre un'idea delle città lontane dall'Europa e quando arrivi rimani spiazzato dalla realtà, così diversa dall'idea che ti eri fatto.

Giacarta ha 12 milioni di abitanti e una crescita annua del 6,5%. E se guardi verso l'alto, tra gli scorci dei grattacieli, potrebbe sembrare di stare a New York o Dubai, una di queste grandi capitali innovative.

Solo quando lo sguardo ricade sulla strada, immediatamente ti rendi conto di essere nel Sud-Est asiatico: per via del traffico infernale, dei furgoni e dei taxi improvvisati, dei sidecar fai da te e dei chioschi di ambulanti sparsi per le strade.

Questo è il primo impatto nell'arrivare in questa città. Di primo acchito non hai idea da quale parte possano sorgere i problemi di questo immenso paese, ma basteranno poche ore per capirlo grazie al discorso che terremo con Gianfranco Rotigliano (il Rappresentante dell'UNICEF in Indonesia) la mattina seguente.

 

Secondo giorno (lunedì 10 novembre 2008)

Gianfranco è un medico italiano che lavora con l'UNICEF da moltissimi anni. Ricopre l'incarico di Rappresentante dell'organizzazione in Indonesia dal 3 gennaio 2005, appena una settimana dopo il disastroso tsunami.

Dalle sue prime parole subito mi rendo conto delle complesse problematiche di questo paese, completamente diverse da quelle che ho potuto conoscere in paesi come il Malawi e il Mozambico.

Tre fattori mi colpiscono in modo fuori dal comune.

Il primo è il problema della registrazione delle nascite, che è diventata obbligatoria solo dal 2006 (questo la dice lunga sui diritti dei bambini, dato che un bambino se non è registrato all'anagrafe non può avere alcun diritto). Sussiste una cultura secondo cui un genitore può arrivare addirittura a vendere il proprio bambino. Inoltre, questa è una zona di turismo sessuale, ambita da molti occidentali, con conseguenze di tratta, prostituzione e pedofilia.

L'ultimo fattore che mi ha colpito molto è che, per un fatto di ignoranza, il 35% della popolazione, soprattutto i bambini piccoli, sono gravemente malnutriti perché ovviamente non seguono un'alimentazione adeguata completa di carboidrati, vitamine, proteine.

 

Una silenziosa distesa di morte

Dopo il briefing, con le coordinate assimilate, partiamo per Banda Aceh la parte nord/ovest dell'isola di Sumatra, dove il 26 dicembre 2004 lo tsunami ha raso al suolo migliaia di ettari di territorio. La prima cosa che vedo è uno spiazzo enorme, circondato da onde di cemento con tre porte d'accesso dove sotto terra sono sepolte migliaia di vittime di quella tragedia.

È una sensazione che provo, più che un impatto visivo, perché è un prato con delle palme, niente di più. Non un monumento, non un memorial, non una fiaccola accesa, ma entrando nello spazio avverto tutto il dramma di quell'evento.

La Siron Mass Grave è la più grande fossa comune di Aceh. Vi si trovano seppellite 46.000 persone. Tutti quanti si cammina più composti e si parla a bassa voce. Solo il pensiero incute un rispetto.

Proseguiamo per il porto di UleeLee  fra strade improvvisate, baraccopoli e fogne a cielo aperto, arrivando fino al punto in cui la violenza dello tsunami si è espressa in maniera catastrofica.

In quel punto preciso, per non so quale spiegazione della natura, due enormi onde si sono scontrate con un impatto violentissimo, devastando completamente l'intero villaggio di pescatori che vi risiedevano. Incredibile come solo dopo quattro anni, grazie anche agli aiuti ricevuti da tutto il mondo, si possano già vedere abitazioni, ponti, moschee e condutture, a testimonianza che la rinascita è un positivo e indistruttibile istinto insito dell'uomo.

Calata ormai la sera, finiamo il tour e rientriamo per una breve presentazione a cura di Jan, Responsabile UNICEF dell'area, sui programmi di intervento in corso.

La giornata termina con una piacevole cena in comune, lasciandoci con l'appuntamento per il giorno successivo.

 

Una pace figlia dello tsunami

 

Terzo giorno (11 novembre 2008)

Si parte per visitare delle scuole ricostruite in una delle zone più colpite sia dalla violenza dell'onda anomala dello tsunami che da trent'anni di conflitto tra i guerriglieri indipendentisti del GAM (Gerakan Aceh Merdeka) e l'esercito governativo.

È incredibile come la natura, enormemente distruttiva per un verso, abbia, per un altro, capovolto le sorti di un popolo che subiva le conseguenze di un conflitto che durava da tutti questi anni. Infatti, per via della necessità di far arrivare gli aiuti umanitari e gli interventi strutturali, l'emergenza post-tsunami ha portato a una riconciliazione tra entrambe le parti (militari e guerriglieri), che è sfociata in un vero e proprio accordo di pace, stipulato il 15 agosto del 2005.

Dopo circa un'ora di viaggio approdiamo alla scuola SDN Siron finita di costruire a marzo di quest'anno [con i fondi delle parti sociali italiane (Confindustria e sindacati confederali], e con vero piacere noto il lavoro dell'UNICEF: le strutture nuove e antisismiche, dotate di bagni, acqua corrente ed elettricità. Siamo accolti da una danza di bambine che sottolineavano la propria ospitalità lanciandoci petali di fiori.

Nella mattinata trascorsa con i bambini noto come al solito una grande vivacità e curiosità, ma nello stesso tempo scorgo nei loro occhi già una spiccata dignità. Mi ha piacevolmente colpito la cura nelle divise, la possibilità di avere un sussidiario, sedie, tavoli, lavagne e materiale didattico, che per noi può sembrare scontato ma vi assicuro che qui non lo è.

Questa attenzione civile nei confronti dell'alfabetizzazione denota un desiderio di progredire che ha la sua genesi proprio nelle scuole primarie.

 

Un centro per gli orfani

Dopo pranzo andiamo a visitare il Child Centre Punge, un centro per bambini che hanno perduto i genitori durante la tragedia dello tsunami e che sono stati ricongiunti ad altre famiglie della comunità.

L'attività primaria è quella di dare sostegno psicologico a questi bambini rimasti traumatizzati nella speranza che possano ritornare ad una vita sociale normale, liberi dal loro isolamento dovuto allo spavento subito. Inoltre, l'UNICEF ha formato, qui come negli altri 19 centri come questo sparsi per la provincia di Banda Aceh, gli operatori sociali per evitare i casi di traffico e sfruttamento a cui purtroppo i bambini possono cadere vittime in queste situazioni di emergenza.

Ma il tema della protezione dei bambini vittime di traffico lo approfondirò nel seguito del viaggio.

 

Prede bambine per il traffico internazionale

 

Quarto giorno (12 novembre 2008)

Approdati all'aeroporto di Mataram per recarci a Lombok, una delle isole della provincia del Nusa Tenggara.   Ci attende la pioggia, subito ci rechiamo al Panti Werdha Crisis Centre (centro per l'accoglienza di ragazzini e ragazzine vittime di violenza e traffico) dove tutto ciò che ho letto e teorizzato con i miei colleghi della delegazione UNICEF in aereo si concretizza negli sguardi di 11 ragazzine che ci accolgono con un canto tradizionale straziante che parla del calore della famiglia. Il loro sguardo violato, le loro fronti corrugate, la sofferenza insita in quella giovinezza mi trafigge in un senso misto tra dolore, rabbia e impotenza.

Sono ragazzine tra gli 11 e i 15 anni che solo per caso la polizia è riuscita a salvare dalla tratta dei minori. Dovevano essere spedite in Malesia a fini di prostituzione. Ognuna di loro ha una singolarissima storia, raccapricciante e assurda.

In questo momento la fitta è arrivata, mi ha sconquassato, sconvolto, perché mentre con la calamità naturale riesco a conviverci, in questa situazione invece il bieco scambio di denaro tra malviventi preclude il diritto alla vita di queste giovani ragazze, e non riesco a razionalizzare.  La trovo un'ignominia assoluta!

Spendiamo molto tempo con loro. Mi presento, parlo con loro, lodo il loro coraggio per aver denunciato questi esseri abietti e le confortiamo, sperando che grazie all'UNICEF, le forze governative e la polizia si possa davvero cambiare il futuro di questo paese.

Alla fine della visita riusciamo a sdrammatizzare un po' la situazione che si era creata, a strappare dei sorrisi invertendo i ruoli.

Loro fanno da fotografi e cameramen, scattano foto e ci riprendono, si divertono molto e basta poco per far riaffiorare l'energia vitale che è in loro, per fortuna.

Alla fine ci salutiamo, ci abbracciamo e finché l'autobus non svolta l'angolo, le mani di quelle ragazzine non smettono di oscillare per salutarci.

Mi chiudo nel silenzio, non tanto per quello che ho visto ma perché in questo stesso instante che sono seduto sull'autobus capisco che altri minori non avranno la loro stessa fortuna e questo ovviamente mi avvilisce.

La sera ci troviamo in riva al mare e facciamo un incontro con il Presidente della Provincia, che ci ha descritto la situazione dell'isola ringraziandoci della collaborazione per gli aiuti e il sostegno dato dall'UNICEF alle istituzioni locali.

 

Ore dieci, lezione di protezione dagli abusi

 

Quinto giorno (13 novembre 2008)

Ci incontriamo per partire alla volta della scuola SDN Batu Kumbung, una scuola "amica dei bambini" specializzata nella prevenzione degli abusi sui bambini. Tutti ci accolgono con estrema cortesia e solarità. Mi meraviglio per come funzionano la scuola, l'insegnamento e l'educazione per i bambini. Mi immergo nel loro mondo, faccio lezione, disegno, addirittura una bimba mi chiede di cantare una canzone in italiano, mi vergogno un po' ma gliela sussurro all'orecchio.

Mi rendo conto quanto possa essere fondamentale per questi bimbi la scuola. Essa crea le radici, il basamento importante per la costruzione della piramide nella vita.

Purtroppo però già a questa età (7, 8, 9 anni) nelle classi si deve fare una lezione a parte per la prevenzione dello sfruttamento e degli abusi sessuali sui minori, per tenerli in allerta e qualora dovessero cadere vittime.

Si insegna loro a non avere la minima paura a denunciare il fatto, anche se la strada è lunga, perché la percentuale più alta degli abusi avviene nella stessa famiglia e quindi per un bimbo denunciare un proprio parente necessita grande forza, coraggio e consapevolezza.

Comunque, il distacco da loro è gioioso.

 

Professionisti della prevenzione

Subito dopo visitiamo un nucleo specializzato per la repressione degli abusi sui minori della Polizia locale (la Special Unit for Women and Children).

Ci mostrano il loro modo di procedere nei confronti di questa piaga sociale. Prevalentemente sono le donne poliziotto ad essere coinvolte nei programmi di prevenzione. Molto importante è il lavoro di supporto psicologico fatto da medici specializzati proprio all'interno del loro nucleo. In questo team lavorano insieme poliziotti, psicologi e medici.

Interessante la scoperta della campagna di prevenzione della violenza sui minori che va dai siti Internet agli slogan diffusi in tutta la città, persino nelle scuole.

In seguito ci spostiamo nell'ambulatorio del nucleo operativo della polizia dove vengono accolti i bambini violati che necessitano le prime cure, la visita ginecologica, il sostegno psicologico. Questa organizzazione mi sorprende positivamente per come è studiata in modo sensibile e pragmatico.

 

Ragazzi in prima linea

Pranziamo assieme ai ragazzi del Children's Forum. Questo Forum è un'iniziativa fantastica: ragazzi di 15-18 anni che hanno sentito la necessità di incontrarsi dopo la scuola, creare un centro e parlare dei problemi che li circondano per poi andare a gruppi nelle classi delle scuole elementari a spiegare l'importanza della prevenzione, delle pericolosità che potrebbero affrontare.

Mi colpisce il caso di un ragazzino di 13 anni obbligato dai genitori a fare il parcheggiatore per portare i soldi a casa. Incontra questi ragazzi nelle loro escursioni di strada ed esterna il desiderio di acculturarsi, di tonare a scuola. Il fatto eccezionale è che questo ragazzo da ormai due anni non solo è rientrato a scuola grazie al sostegno economico del governatore locale ma fa anche parte di questo stesso Forum.

Questo è un esempio semplice e diretto di come le cose possano cambiare, e l'esempio in questo caso è partito dall'idea e dall'iniziativa di un gruppo di giovani. Trovo questo modo di coinvolgersi e farsi promotori di questa importante attività sociale un caso fuori dal comune, colmo di dignità, senso etico e civile.

In serata facciamo ritorno a Giacarta.

 

Una Polizia dalla parte dei bambini

 

Sesto giorno (14 novembre 2008)

Incontro con il capo dell'anticrimine transnazionale, sezione speciale della Polizia indonesiana. Ci delucida dettagliatamente le problematiche che devono affrontare ogni giorno, soprattutto per combattere il traffico dei minori.

Ci scambiamo delle idee, e trovo totale disponibilità e duttilità in questa persona. Collabora con semplicità con noi, con le forze governative e con qualsiasi associazione che possa aiutare a risolvere il problema dei bambini vittime di traffico e sfruttamento.

Un grande esempio di umiltà, dettato dall'urgenza che occorre risolvere; loro mettono in discussione solo l'argomento e non c'è né arroganza né esibizione di potere.

Forse un esempio da prendere a modello?

Subito dopo passiamo a salutare Gianfranco Rotigliano e il suo team nell'ufficio dell'UNICEF, raccontandogli le sensazioni vissute durante la settimana che ho appena descritto, con un bilancio assolutamente positivo per come sono stati avviati i progetti e le iniziative.

Torno a casa con una miriade di sensazioni, ma la più forte è che il barlume in fondo al tunnel si stia sempre più rischiarando.

Fortunatamente, per il futuro e i diritti di questi bambini.