Sociale

Lo sguardo dell'altro

Viaggio in Myanmar (30 settembre - 10 ottobre 2012)

©Alessio Boni 2016

Ho conosciuto il Cesvi, organizzazione umanitaria italiana attiva con progetti di lotta alla povertà e di sviluppo sostenibile in tutto il mondo, nel settembre del 2011. Subito siamo partiti per lo Zimbabwe, dove l’Ong opera da anni per la cura e la prevenzione dell’Aids.

Nella sola Africa Subsahariana si contano ancora oggi oltre 22 milioni di persone che vivono con l’Hiv, quasi il 70% dei sieropositivi su scala mondiale.

Nel nostro viaggio in questo Paese dilaniato da povertà e dittatura, abbiamo incontrato mamme, orfani, infermiere, nonni, giovani prostitute che lottano ogni giorno contro l’Aids. Abbiamo cercato di raccontare le loro storie nel documentario “Lo sguardo dell’altro” per continuare a riflettere e far riflettere e per non dimenticare che possiamo ancora vincere questa malattia. È una battaglia che riguarda tutti noi, non solo l’Africa.

Meno di un anno fa abbiamo pensato di realizzare un secondo capitolo de “Lo sguardo dell’altro” visitando i progetti di lotta alla malaria e sicurezza alimentare in Myanmar (ex Birmania), il Paese di Aung San Suu Kyi, dove il Cesvi lavora dal 2001.

La squadra è la stessa del viaggio in Zimbabwe: io, Marcello Prayer con la sua inseparabile telecamera e Chiara Magni del Cesvi.

È il 30 settembre e l’appuntamento è all’aeroporto di Fiumicino. Tutti e tre con l’energia giusta per iniziare la nuova avventura.

Dopo 14 ore di volo arriviamo a Yangon, principale città del Myanmar, dove Cesvi ha gli uffici centrali. Dimentichiamo cellulari (qui non funzionano), e-mail (la connessione a internet quando c’è è lentissima) e ci immergiamo in un Paese che, come ha scritto Rudyard Kipling, è davvero “un mondo a parte”, dove il tempo sembra essersi fermato ai tempi dell’impero coloniale britannico.

Angolo d’Asia che confina a occidente con il Bangladesh, a nord con la Cina e a est con Vietnam, Laos e Thailandia, il Myanmar comprende 7 stati e 7 regioni ed è una delle nazioni più povere al mondo (si trova al 146° posto nell’Indice dello Sviluppo Umano su 187, mentre l’Italia è al 24°).

Daniele Panzeri, responsabile Cesvi in Myanmar, ci racconta che questo Paese è profondamente affascinante ma civilmente e politicamente assai tormentato. Tuttavia, le politiche di chiusura verso qualsiasi forma di influenza esterna, perpetrate per anni, stanno ora lasciando il passo ai primi segnali di democrazia. Lo stesso boicottaggio nei confronti del turismo non viene più praticato, rendendo possibile anche questa nostra visita, che solo poco tempo fa non sarebbe stata pensabile.

Raccontandoci quanto il popolo birmano sia curioso, attento e desideroso di conoscere le culture altre, Daniele ci accompagna nel luogo di culto buddhista più sacro del Paese: la Shwedagon Paya, che con la sua magnificenza dorata toglie il fiato e domina Yangon.

Secondo la leggenda questa pagoda, che ogni buddhista birmano spera di vedere con i propri occhi almeno una volta nella vita, avrebbe 2.500 anni. In questo luogo sacro il misticismo e la contemplazione ci avvolgono con una forza inaspettata. Una guida locale ci spiega che intorno al corpo centrale sono disposti i punti planetari corrispondenti ai giorni della settimana. Sono moltissimi i fedeli che pregano davanti al tempio collegato al giorno della settimana in cui sono nati. Quando Aung San Suu Kyi - qui chiamata The Lady - viene alla Pagoda a pregare, si inginocchia davanti a Marte (martedì).

Sembrano passati solo pochi minuti, ma in realtà ci troviamo in questo luogo da più di tre ore ed è tempo di andare. Ci aspetta una cena nel cuore della città, dove assaporiamo l’incredibile varietà della cucina locale per strada (il cosiddetto street food) in una babele di suoni e colori.

Dopo poche ore di sonno all’alba del 2 ottobre siamo di nuovo all’aeroporto, per prendere un volo interno che ci porta nel nord, a Mandalay, e da lì, con qualche ora di auto (in compagnia di un simpatico austista soprannominato Bruce per una evidente somiglianza con Bruce Lee) arriviamo a Pyin OO Lwin e poi a Naung Kyaw nello stato dello Shan. In quest’area il Cesvi ha avviato nel 2001 un vasto programma di lotta alla malaria, una malattia che continua a falciare 2 milioni di persone all’anno e qui è ancora una delle principali cause di morte.

Nei villaggi che visitiamo Cesvi raggiunge oltre 72mila persone con la distribuzione di zanzariere, ognuna delle quali costa meno di 5 euro. Ma le zanzariere da sole non bastano: bisogna spiegare alla gente dei villaggi quali sono i sintomi della malaria, quanto è importante effettuare il test e sottoporsi alle cure mediche in caso di positività. E ancora, che la zanzariera deve essere impregnata con l’insetticida e che la malattia non è causata da una certa pianta ma dalla puntura delle zanzare.

L’intervento passa dall’educazione alla prevenzione e alla cura, attraverso il lavoro instancabile di medici, infermieri e volontari che mi raccontano, entusiasti, che i risultati cominciano a vedersi. Il numero delle persone affette da malaria sta diminuendo (da 1 caso su 5 a 1 caso su 20), così come si sta abbassando il tasso di mortalità.

Visitiamo solo alcuni degli oltre 150 villaggi raggiunti dall’intervento del Cesvi, che da quest’anno si estende anche alle zone più remote dello stato dello Shan, lambito da conflitti tra le minoranze etniche e il governo centrale. Alcuni villaggi, come quello di Sint Inn, dove arriviamo il 4 ottobre, sono raggiungibili dopo ore di fuoristrada (le strade durante la stagione monsonica diventano quasi impraticabili) e attraversando il fiume a bordo di piccole imbarcazioni.

I team di lavoro composti da medici, infermieri, microscopisti e assistenti sanitari, tutti locali, raggiungono regolarmente anche i villaggi più remoti, portando i farmaci necessari non solo al trattamento della malaria ma anche delle altre malattie, come la tubercolosi, la diarrea e i problemi causati dalle scarse condizioni igieniche e dalla malnutrizione.

Il Cesvi privilegia un approccio comprensivo, olistico, che mira a migliorare le condizioni delle comunità residenti nei contesti rurali con un’azione combinata in più settori, in particolare quello sanitario e alimentare. Nella stessa regione dello Shan le comunità rurali hanno scarso accesso alle risorse e ad attività generatrici di reddito. Le famiglie povere, moltissime, non hanno i soldi per acquistare il cibo necessario alla propria sussistenza: questo fattore, combinato alle pressoché inesistenti strutture sanitarie, si traduce in elevati livelli di malnutrizione e mortalità, soprattutto infantile. Qui Cesvi ha l’obiettivo di formare le comunità locali promuovendo piccole attività economiche che vanno dalle nuove tecniche agricole ai corsi per diventare parrucchieri, dalla distribuzione di maiali, polli e capre, alle lezioni di cucina per una dieta più bilanciata, fino alla banca delle sementi in condivisione.

Incontriamo Ma Cho Lwin, una donna che con orgoglio ci racconta quanto la sua vita e quella della sua famiglia sia cambiata da quando il capo villaggio le ha donato un maiale, che è diventato la sua fonte principale di reddito. Ogni volta che Ma Cho fa accoppiare il maiale, riceve denaro. Le spetta inoltre di diritto un piccolo della cucciolata che può poi rivendere, guadagnando altri soldi necessari al sostentamento della sua famiglia.

È il 6 ottobre e siamo di nuovo in aereo per raggiungere Magway, la zona più arida e secca del Myanmar, dove si concentra l’intervento sulla sicurezza alimentare. Il nostro volo atterra nelle vicinanze della rovente pianura di Bagan con i suoi 4mila templi buddhisti.

Ci prendiamo qualche ora per visitare questo luogo di pellegrinaggio. Non è difficile credere a Marco Polo che descrisse Bagan come “uno dei luoghi più belli al mondo”: una distesa di templi a perdita d’occhio che rimane impressa nella memoria come un quadro emozionante e indimenticabile.

La mattina del 7 ottobre partiamo per raggiungere Magway, area densamente popolata e molto povera in cui la sopravvivenza del 90% degli abitanti dipende dall’agricoltura. Le famiglie che non possiedono neanche un piccolo appezzamento di terra (in Myanmar la terra ha un costo elevatissimo) non hanno i soldi per acquistare il cibo necessario per sopravvivere.

Anche qui il Cesvi lavora con un approccio partecipato, promuovendo corsi di formazione, diversificazione delle colture, tecniche innovative e sistemi per potenziare il raccolto. Si tratta di interventi semplici, che riescono però a cambiare profondamente la vita di queste popolazioni. Visitiamo tre villaggi e incontriamo molte persone: decine di uomini, tutti con i loro longyi (pantalone tipico, simile a una gonna lunga), ci raccontano la loro voglia di imparare e di migliorare la qualità di vita del villaggio. Moltissime anche le donne, truccate con il tradizionale thanakha (polvere gialla ricavata dalla corteccia di un albero che protegge dal sole) e fiere di partecipare alle attività delle Farmer Field School organizzate dal Cesvi.

È il 9 ottobre ed è ora di tornare a Yangon e poi in Italia.

Il nostro viaggio è giunto al termine. Un’altra avventura unica che rimarrà per sempre nella nostra memoria. Questo è il Myanmar: un Paese in cui hai la sensazione di ricevere più di quanto stai dando. Torniamo in Italia con il cuore pieno.