Sociale

Lo sguardo dell'altro

Viaggio in Zimbabwe (Ottobre 2011)

©Alessio Boni 2016

Cesvi è un’organizzazione non governativa italiana che opera in tutto il mondo per la lotta contro la povertà, per fronteggiare le emergenze e ricostruire la società civile dopo guerre e calamità.

Tra i vari settori di intervento umanitario, dal 2001 Cesvi è fortemente impegnato nella lotta all’Aids con la campagna Fermiamo l’Aids sul nascere, avviata nel piccolo ospedale Saint Albert in Zimbabwe e oggi attiva in Congo RD, Uganda, Sudafrica, Kenya e Vietnam.

Noi abbiamo visitato i progetti di lotta all’Aids di Cesvi in Zimbabwe, che non riguardano solo la prevenzione del contagio del virus da madre-figlio, ma anche la prevenzione, la cura delle persone già affette e il supporto psicosociale ai malati e agli orfani dell’Aids.

 

La prima struttura che visitiamo è la Casa del Sorriso, struttura di proprietà del Cesvi dal 2005 dedicato ai ragazzi di strada di Harare, spesso orfani a causa dell’HIV, vittime di violenza e a rischio di delinquenza perché vivono per strada, nei quartieri più malfamati della capitale.

La Casa rappresenta per loro una possibilità concreta di salvezza dalla strada e di riscatto: un luogo dove accedere a cibo, cure mediche, servizi igienici e dove frequentare corsi di formazione e laboratori artistici. Siamo arrivati e i ragazzi ci hanno mostrato entusiasti le scenette teatrali alle quali stanno lavorando con passione: scenette che parlano di Hiv e che hanno l’obiettivo di diffondere una cultura della prevenzione e combattere lo stigma, il pregiudizio, l’ignoranza nei confronti di questa malattia.

Parliamo con i ragazzi e una delle storie che ci colpisce di più è quella di Connie, 29 anni.

Connie di giorno si prende cura dei fratelli più piccoli di cui è la sola responsabile. Di notte si prostituisce nel quartiere più malfamato di Harare per guadagnare quanto necessario alla sua famiglia. Ci racconta di aver effettuato il test dell’Hiv più di 5 anni fa. Da allora non è più riuscita a trovare il coraggio di farlo: troppo spesso è obbligata dai suoi clienti a rapporti sessuali non protetti. È consapevole del rischio che corre ogni giorno e ha troppa paura di leggere “positivo” nel risultato del test. L’incontro con la Casa del Sorriso le ha restituito la gioia di vivere. Connie ci racconta che con i ragazzi della Casa e con lo staff del Cesvi sa di poter parlare apertamente della sua doppia vita, senza paura di essere giudicata. Il teatro la appassiona e si augura che la sua testimonianza possa aiutare altre ragazze che vivono una storia simile.

 

Il nostro viaggio prosegue con la visita a Maschambazou, centro sostenuto da Cesvi dal 2004  che si prende cura dei malati di Hiv-Aids, fornendo loro le cure mediche, il cibo e l’assistenza sanitaria necessarie, soprattutto quando sono molto poveri.

Il centro si occupa anche, con il sostegno di Cesvi, di pagare le tasse scolastiche ai piccoli orfani a causa dell’Hiv e di sostenere la loro istruzione, senza la quale sarebbero destinati alla strada e alla violenza.

Ma Mashambazou è anche un luogo in cui i malati terminali trascorrono con dignità gli ultimi giorni di vita. Visitando il centro sono entrato in una prima camera, dove Otilia e Lania stavano dormendo. Vi posso garantire che quando sono entrato pensavo fossero 2 bambine rannicchiate sotto la coperta, pensavo avessero 7-8 anni, perchè anche il volto era molto fanciullesco.  Invece erano due donne: una di 32, l'altra di 34 anni.

Poi sono entrato in una stanza in cui c'era una malata terminale che si chiama Silvia, che mi ha fatto un sorriso - perlomeno con gli occhi-  spaventoso, ci siamo stretti la mano, le ho chiesto come andava la terapia. Mi ha detto che dopo questa visita si sentiva già meglio.

 

Attraversiamo Mbare, uno dei quartieri più pericolosi e malfamati e arriviamo in un piccolo asilo:

un'oasi di pace dentro un quartiere martoriato dove manca tutto, servizi igienici, luce, tutto, non c'è niente.  E nell’asilo siamo stati accolti da 60 bambini tra i 3 e i 6 anni fantastici!!! con dei canti tutti in cerchio, battevano le mani, sostenuti e diretti da due insegnanti.

E guardarli era un incanto, una cosa che fa solo bene all'anima.

 

Siamo poi partiti da Harare in direzione nord verso l’ospedale di Saint Albert che dista dalla capitale circa 225 km e che collabora con Cesvi sin dal 2001.

Abbiamo visitato l’ospedale; in particolare la struttura dormitorio per le mamme “il maternity shelter” realizzato dal Cesvi . Il dormitorio, la cui costruzione sarà ultimata a breve, ospiterà fino a 160 mamme in attesa di partorire, che arrivano all’ospedale Saint Albert dalle zone rurali del distretto, lontane anche oltre 50 km. Le dottoresse del St Albert e il Cesvi cercano di convincere le donne incinte a recarsi all’ospedale quando la gravidanza è in stato avanzato per evitare che anche un semplice contrattempo si riveli letale per la mamma stessa se sopraggiunge quando è lontana dalla struttura ospedaliera. Spesso infatti le mamme hanno perso i propri bambini e hanno rischiato la loro stessa vita percorrendo i molti km di distanza tra la loro casa e l’ospedale.

Con il dormitorio costruito dal Cesvi le mamme possono vivere l’ultimo periodo della gravidanza presso l’ospedale stesso usufruendo dei controlli medici, dell’assistenza durante il parto e se sieropositive del trattamento antiretrovirale per se stesse e per i loro bambini.

 

Siamo partiti per la zona rurale, una delle zone più povere dello Zimbabwe. Siamo arrivati ad Utete, dove abbiamo visitato la Primary School; siamo stati accolti da tanti bambini immersi nella sabbia alzata dal vento forte, con le loro divise color amaranto; vedevamo moltissimi bambini seduti all’aperto all’ombra degli alberi. i bambini stavano facendo lezione con i propri insegnanti proteggendosi dal sole con l’ombra degli alberi; non avevano nulla, né libri né matite ed erano seduti per terra. Questa scuola primaria, una delle poche di questa zone molto povera,  è in parte diroccata (in un padiglione era crollato il tetto per il troppo vento) e ospita 18 classi di circa 30 bambini ciascuna; molti di questi bambini sono costretti a fare lezione all’aperto.

 

Proprio di fronte alla scuola era in corso il training ovvero la formazione dei care givers, quegli assistenti volontari che sono responsabili, nei propri villaggi, di controllare e monitorare la condizione dei malati di AIDS, di prestare loro le prime cure e controllare che assumano la terapia antiretrovirale . Si tratta di un importante progetto che il Cesvi sta portando avanti da tempo in questa zona rurale dove i tanti villaggi sono molto lontani da ospedali, cliniche e strutture sanitarie e dove l’incidenza dei malati di HIV è molto alta.

 

A questo punto abbiamo proseguito il nostro percorso nella valle e abbiamo raggiunto un villaggio poverissimo, come ce ne sono molti in questa zona. In questo villaggio, costituito da poche capanne, incontriamo una nonna non vedente di nome Farai, che ha in carico due nipotine sieropositive rimaste orfane proprio a causa dell’AIDS.

Farai è cieca e non riesce a prendersi cura come vorrebbe delle sue nipotine; non mangia da giorni e la sua capanna è piccola e vuota, non ha nemmeno una giaciglio dove dormire.

Purtroppo sono spesso i nonni che a fatica devono prendersi cura dei propri nipoti perché i loro genitori, la generazione attiva, è stata letteralmente falciata a causa dell’HIV. In queste famiglie poverissime spesso il cibo non è sufficiente per tutti i componenti e la malnutrizione colpisce molti degli orfani di questa zona. Cesvi vuole prendersi cura proprio delle persone come Farai.

Basta poco per ridare speranza e dignità a queste famiglie.

 

Poi siamo arrivati nella località di Kairedzi dove aveva luogo un evento di sensibilizzazione sull’AIDS, organizzato dal Cesvi, a cui erano presenti oltre 1600 persone arrivate dai villaggi più lontani. Un palco con altoparlanti e musica montato in una zona rurale lontanissima da villaggi, centri abitati, immerso letteralmente nel nulla.

Siamo stati accolti da un canto splendido e dal ripetersi di questo slogan “Stop Aids”.

Mi ha emozionato vedere così tante persone giungere da molto lontano per avere informazioni sull’HIV, sulle modalità di trasmissione e di prevenzione. Anche perché all’infuori di quella piazza davvero gremita di gente non c’era nulla.

Oltre al palco quattro tende dove era possibile effettuare il test dell’HIV gratuitamente. Si vedevano lunghe file di persone in attesa…